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Lo sport ti fa (più) sana

La medicina lo ha provato: muoversi previene il tumore

Forse non ci avete mai pensato, ma anche lo sport può essere una medicina. Specie se praticato con regolarità ed equilibrio. In più, oltre a far bene al corpo e aiutare la mente e lo spirito, facilita la propensione a condurre uno stile di vita decisamente più sano, ad avere una vita affettiva più matura e comportamenti sessuali più consapevoli e responsabili. Insomma: meglio essere sportive che pigre. E a dirlo oggi è propri la medicina.

Spiega infatti, la dottoressa Alessandra Graziottin, direttore della Ginecologia e Ostetricia del San Raffaele Resnati di Milano, le ragazze che praticano regolarmente attività fisica in genere «non fumano, raramente bevono alcolici, non usano sostanze stupefacenti e sviluppano un'immagine corporea nettamente migliore». Inoltre la loro prima volta capita più tardi rispetto alle coetanee ed è "scelta", non subita. Sono consapevoli, si proteggono con la pillola e il preservativo, hanno un numero più ridotto di partner e un minor rischio di gravidanze indesiderate. Infine «sono due volte meno depresse e possiedono una migliore autostima, anche perché più abituate a mettersi alla prova e ad affrontare gli ostacoli: un'impronta, uno stile, che le accompagnerà tutta la vita». Fino alla menopausa, cui arrivano più in forma e con un minor rischio di osteoporosi e malattie cardiovascolari e oncologiche.

E se dovesse insorgere un cancro, le sportive sono in grado di combatterlo con maggior vigore. Perché, come spiega Francesco Cognetti, Direttore dell'Oncologia medica del Regina Elena di Roma e Coordinatore della Commissione Oncologica Nazionale: «il movimento costante esercita un'importante azione preventiva per tutte le principali neoplasie. E l'incremento dell'attività fisica dopo una diagnosi di tumore del seno riduce del 45% il rischio di recidive e di morte in queste pazienti rispetto a quelle inattive ed ha un impatto favorevole sulla qualità di vita durante i trattamenti».

Perché allora le italiane restano continuano a preferire la poltrona (il 47% non fa sport)? Come si può fare per invertire questa tendenza? Secondo Maurizio Casasco, Presidente della Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI), bisogna «pensare all'attività fisica come a un vero e proprio farmaco: una medicina, da prescrivere in maniera personalizzata, in base alle necessità e alle caratteristiche individuali».

Attenzione però a non improvvisarsi atleti e auto-assegnarsi una dieta, perché si corre il rischio di creare effetti indesiderati anche molto pericolosi, come la triade dell'atleta (disturbi alimentari, amenorrea, osteoporosi). Per definire il giusto "piano terapeutico" è indispensabile la competenza dello specialista in medicina dello sport, da integrare a quella del ginecologo che invece conosce a fondo le peculiarità e le dinamiche dell'organismo femminile, in tutte le fasi della vita. Attenzione massima, quindi, a eventuali comportamernti che potrebbero rappresentare un campanello d'allarme, come al riduzione delle porzioni, l'esclusione di certi cibi dalla propria dieta, saltare i pasti, rifiutare di mangiare con gli altri, andare in bagno subito dopo aver mangiato, parlare spesso di peso, forme e alimentazione, "body checking" (cioè pesarsi spesso, guardarsi in modo critico allo specchio, toccarsi alcune parti e confrontarsi con altre donne), evitare di esporre il corpo e fare più esercizio fisico di quello richiesto.

Giorgio Vittori, presidente della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO), spiega a questo proposito che per favorire la cultura dello sport "in rosa" «vi è la necessità di superare discriminazioni e fragilità. Abbiamo atlete eccezionali, capaci di surclassare i maschi, ma ancora oggi le loro medaglie valgono meno». «Attirare l'attenzione sulle politiche di genere, anche nello sport - continua Vittori - rappresenta un modo per affermare la centralità della donna nella società contro la devalorizzazione delle tematiche e delle prestazioni al femminile: con il CONI e la FMSI definiremo vere e proprie linee guida e progetti concreti e misurabili per incentivare la corretta attività fisica nelle donne, con l'obiettivo di ridurre il numero di sedentarie dal 47 al 27% in un anno».

Sul perché ci siano così tante donne che abbandonano lo sport da giovani, la dott. ssa Grazziotin spiega infiche che «nelle giovani tra i 14 e i 19 anni si registrano percentuali di abbandono dell'attività fisica fino al 70%, dovute soprattutto a disagi legati al ciclo mestruale o alla dismenorrea, che interferiscono con gli allenamenti e il rendimento agonistico. Un dato paradossale perché è dimostrato che invece proprio lo sport induce una riduzione significativa dei sintomi premestruali e della dismenorrea, migliora il rapporto con il proprio corpo e con la femminilità. Vantaggi che si amplificano con la scelta di una contraccezione consapevole e amica del fitness».

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Data: 28/1/2009 Visto: 12962


 
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