Crisi? E il low cost diventa "chic"
Con la recessione, il low cost diventa radical-chic
Moda che ha ottenuto la benedizione non solo di alcuni grandi nomi, come Roberto Cavalli, che ha addirittura disegnato una collezione per H&M («Le catene di abbigliamento low cost? Secondo me rappresentano la moda nella sua forma più accessibile, con un occhio sempre attento al design», ha detto lo stilista) ma anche di moltissimi vip che hanno creato proprie linee di vestiti. Come sua santtà Madonna sempre per H&M, le sorelline Cruz, Penelope e Monica per Mango, Sarah Jessica Parker per Steve & Barry's. Se a tutto ciò si aggiunge l'aria di crisi economica che sta tirando da qualche settimana e la recessione imminente, si spiega perché il mercato del low cost stia crescendo coì tanto, con un fatturato che solo in Italia ha raggiunto i 50 mld di euro annui.
E allora può capitare che quella low cost diventi "di moda" anche tra i radical chic. Come le signore della Milano bene, che si vestono da Zara e non si fanno problemi ad abbinare l'ultimo di borsa Luis Vuitton con i jeans del grande magazzino.
Anche se la neonata associazione Assolowcost, che riunisce i brand che si riconosce nella formula del low cost, ci tiene a precisare: "Non sono molti, a parte gli addetti ai lavori, ad assegnare all'espressione low cost il corretto significato, perché non si riferisce direttamente al prezzo del prodotto o del servizio, ma ad un modo nuovo e più efficiente di interpretare la produzione e la commercializzazione di beni e servizi, grazie al quale è possibile proporre sul mercato prezzi minori per i consumatori. Per questo, nell'abbigliamento, che è solo uno dei settori low cost, si preferisce la dizione fast fashion, moda veloce, come quella dei giganti Zara e H&M, che fanno della rapidità del riassortimento una delle chiavi fondamentali del loro successo".
Tanto che, secondo Vanni Codeluppi, docente di sociologia dell'Università di Modena e Reggio Emilia, il fast fashion è la risposta contemporanea alle esigenze del cliente, così come in passato lo sono stati prima l'alta moda e poi il pret-a-porter. Grazie a questo passaggio "il low cost è stato socialmente sdoganato, anzi - sottolinea Antonio Achille, managing director di Boston Consulting Group - testimonia l'intelligenza della scelta rispetto alla passività del consumatore nell'era del total look".
Quel che è certo è che, se fino a poco fa il mercato si orientava sia verso l'alto sia verso il basso, comprimendo la fascia di mezzo, con la recessione incipiente "sarà il più basso - prevede Achille - a vedere volumi in maggior crescita". Uno schiacchiamento che non significa per forza sacrificio, perché "il low cost, oggi non è solo convenienza, ma smart living".
Di questa tendenza se ne sono accorti anche i grandi nomi della moda, che lungi dal rinchiudersi nella loro torre d'avorio hanno iniziato una collaborazione con questi grandi colossi: numerose sono le collaborazioni importanti che hanno caratterizzato la catena svedese H&M degli ultimi anni: Karl Lagerfeld, Stella McCartney, Elio Fiorucci, Madonna, Viktor & Rolf e Roberto Cavalli, solo per citarne qualcuno. Eccezion fatta solo per Donatella Versace che si è detta inorridita: lei non disegnerà mai abiti low cost!
E se anche top model di livello internazionale, quintessenza, fino a ieri, della moda inaccessibile al volgo delle comuni mortali, come Kate Moss e la giovane Agyness, cominciano a disegnare abiti per una famosa catena low cost, l'inglese Top shop, lo sdoganamento è davvero completato.
| Data: 28/10/2008 | Visto: 30631 |






